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Gli italiani e la corruzione – Nicola Zoller



Provo ad intervenire sul tema della illegalità dilagante affrontato dal recente editoriale di Pierangelo Giovanetti; lo tratterei però – grazie alla cortesia dell’Adige – con un po’ di levità letteraria, quindi fuori dall’immediatezza della pur sacrosanta polemica politica-mediatica che naturalmente mi vede parteggiare per una giustizia giusta. «Il diritto non si sa ben su cosa si fondi», afferma uno fra i giuristi più insigni come Francesco Galgano nell’opera «Il rovescio del diritto»: il diritto è cioè tirato di qua e di là da chi approva, da chi applica e da chi è chiamato a rispettare le leggi. Su questo tema – come su altre questioni – «tutto quello che noi pensiamo» è gia stato scritto e stampato, secondo l’arguta sentenza di Umberto Eco. Può essere dunque facile trovare il bandolo della matassa, mettendo in chiaro – beninteso- le nostre fonti. «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?», si domandava Dante nel canto XVI del Purgatorio. – Il legislatore? «Le leggi si applicano per i nemici, si interpretano per gli amici», asseriva – con una «fotografia» senza tempo – Giovanni Giolitti, più volte presidente del Consiglio dei ministri tra fine ‘800 e primo ‘900, in un noto discorso parlamentare dell’aprile 1901. – Il magistrato? Voltaire scrivendo di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse al suo assistito che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia: «Ci sono venticinque commenti diversi sulla Consuetudine di Parigi… e se ci fossero venticinque Camere di giudici, ci sarebbero venticinque giurisprudenze diverse». Anche secondo Cesare Beccaria, l’autore insuperato del trattato «Dei delitti e delle pene», lo spirito della legge potrebbe finir per essere il risultato «di una buona o di una cattiva logica del giudice» e di «tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo: quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali…». – Il cittadino? Sosteneva il vetusto Seneca: «Per interesse siamo onesti, per interesse siamo disonesti, e la virtù la pratichiamo finché c’è una speranza di guadagno, pronti a un voltafaccia se la scelleratezza promette di più», (Lettere a Lucilio, XIX, 115, 9-10). Catapultandoci in epoca contemporanea, il Corriere della Sera del 15 maggio 1995 sotto il titolo «Non paga tasse, tv, tram: è l’italiano onesto», scriveva: «Chissà come se la ride a leggere le cronache di Tangentopoli. O forse no. L’esercito dei microtruffatori – evasori fiscali, titolari di pensioni di invalidità che scoppiano di salute, inventori di incidenti stradali, portoghesi tranviari – ha di sé un alto concetto. Vanta un fatturato di migliaia di miliardi ma, se dovesse scegliere per sé un nome si chiamerebbe banda degli onesti!» Cosa possiamo pensare dopo questa sbrigativa rassegna? Forse che la virtù e il bene autentici non vanno sbandierati o usati come una clava contro il prossimo. La morale – afferma il sociologo Francesco Alberoni in «Valori» – «ha a che fare con l’amore, con ciò che è generoso e altruista; per molti invece significa sdegno, condanna, punizione». Si vede insomma sempre il male degli altri, mentre ignoriamo noi stessi, la nostra immoralità. E se giungiamo a praticare la virtù meritoria, essa non è – come rammenta Bernard de Mandeville in «Ricerca sulla natura della società» – quella imposta per decreto delle autorità o dei costumi, anche se tutte le società umane per sopravvivere ci provano, spesso a fin di bene per immettere nell’aggregato di interessi e di passioni umane l’elemento della razionalità e talora anche della giustizia sociale. Ma la virtù vera non è imposta dall’esterno: è la meta di una ricerca interiore, una ricerca dall’esito incerto. Immanuel Kant dirà che «da un legno storto, come è quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente dritto». Chi è credente potrà anche riparare sotto la protezione della Madonna: «Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte». Cerchiamo la virtù dunque, ma se non ci riusciamo rammentiamo almeno questo pensiero di Emilio Lussu, spirito libero della sinistra italiana: «Il vero peccato non è commettere una infrazione alle leggi di nostro Signore, ché tutti siamo dei deboli mortali, ma fingere di essere virtuosi e agire da imbroglioni».

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