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A CASTELFOLK IL FUTURO DEI DIALETTI

Inserito da Cosimo Rondò il 7 agosto 2009 – 13:16 in Provincia | Tags: , , , , 0 commenti
 

(a.t.) “Il dialetto non come retaggio del passato, ma come lingua viva, da adattare alla modernità”. È stato questo il messaggio dell’assessore alla cultura Franco Panizza, ieri a Castellano in una tavola rotonda – promossa dagli organizzatori di Castelfolk in collaborazione con il Servizio attività culturali della Provincia autonoma di Trento – dedicata alle opportunità culturali del dialetto, assieme al cantautore Davide Van De Sfroos, al poeta Elio Fox e al direttore del coro Sant’Ilario Antonio Pileggi. In chiusura il concerto di Davide Van De Sfroos, accompagnato dal coro Sant’Ilario di Rovereto, che ha richiamato centinaia di persone nel piccolo borgo della Vallagarina. DAVIDE VAN DE SFROOS 2
Per l’assessore provinciale alla cultura, rapporti europei e cooperazione, il dialetto rappresenta una straordinaria ricchezza delle nostre comunità alpine “Se un tempo il dialetto era considerato un retaggio del passato, se non un segnale di ignoranza – ha spiegato l’assessore Franco Panizza – oggi è stato riabilitato e si è sfatato il mito che chi parla il dialetto poi non riesca a parlare correttamente l’italiano. Bisogna, comunque, stare attenti a non considerare il dialetto come una reliquia da museo, perché altrimenti siamo destinati a perderlo. Bisogna fare uno sforzo comune per tenerlo vivo, che è quello di adattarlo alla modernità”.
Contrario, si è detto l’assessore Franco Panizza, alla proposta della Lega dell’introduzione del vernacolo a scuola o di esami appositi per gli insegnanti: “Il dialetto non va imposto assolutamente, è la lingua della spontaneità, dell’anima, rappresenta il nostro legame con il territorio. Non può essere un obbligo, ma non possiamo nemmeno permetterci di perdere questo patrimonio linguistico, per questo non bisognerebbe escludere il dialetto a priori dalle scuole – ha proseguito l’assessore Franco Panizza – ascoltare poesie o canzoni in dialetto può essere un arricchimento culturale per tutti, anche per quelli che non fanno parte del nostro territorio. Come si studia Dante, si potrebbero proporre ai nostri alunni alcune poesie in dialetto, ce ne sono di davvero interessanti, allo stesso modo, come ci sono pagine in cimbro, si potrebbero introdurre articoli dialettali sui giornali. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia e delle nostre tradizioni e non considerarli come limiti”.
Sulla stessa linea l’intervento di Elio Fox, lo storico della poesia trentina impegnato da anni nella valorizzazione della poesia vernacola: “L’utilizzo del dialetto deve essere una scelta individuale, e insegnarlo a scuola vorrebbe dire imprigionare qualcosa di libero”. Quello di Elio Fox, poeta, scrittore e commediografo, è stato, in sostanza, un no secco all’imposizione del dialetto : “Non è rendendo obbligatorio lo studio del vernacolo che si difende la conoscenza della cultura di un popolo. Il nostro patrimonio è straordinario, siamo la provincia dove maggiormente è diffuso l’utilizzo del dialetto e dove vi sono, forse, più varianti. Qui il dialetto è diverso da valle a valle, addirittura da paese a paese”.
Deciso l’intervento di Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos (Monza, 1965), che fin dai suoi esordi ha fatto del dialetto comasco la sua bandiera: “Il dialetto restituisce l’humus, il paesaggio di una certa zona. Mi piace l’idea che all’ascoltatore arrivi la lingua reale delle storie che interpreto, la loro poesia resa attraverso la lingua stessa di quel luogo”. Davide Van de Sfroos, il cui cognome deriva proprio dal comasco, scrive ormai da molti anni i suoi testi in dialetto tramezzino (o laghée), praticamente una lingua che Van de Sfroos rende ancora più realistica e forte con storie e personaggi difficili ma poetici. Oggi le sue canzoni sono cantate dal nord al sud: “All’inizio il mio esperimento di cantare in vernacolo su musiche moderne è stato giudicato fallimentare, soprattutto dalle case discografiche, oltre che essere rifiutato da alcune radio che lo vedevano come folk, naïf, ma fortunatamente non sono stato toccato da queste profezie negative, dalla Sicilia alla Germania hanno imparato i testi delle mie canzoni e anzi, i posti più lontani sentono il dialetto comasco come qualcosa di esotico”.
Il pubblico si identifica, si emoziona attraverso i testi di Van de Sfroos, anche se non li comprende appieno. Analoga è l’esperienza del Coro Sant’Ilario: “In un canto non è importante scandire e far comprendere tutte le parole del brano – ha commentato il direttore Antonio Pileggi – quanto piuttosto trasmettere le giuste emozioni che, quei termini, assumono in dialetto”.

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